Dall’architettura urbana al parcheggio di mattoni, o viceversa? Il caso Albanese. (Romeo Kodra)

Ogni mattina mi alzo e trovo una fila di mattoni lungo la strada che fiancheggia il palazzo dove abito. E non sono lì per caso. Sono stati lasciati dai parcheggiatori della notte per occupare il posto auto anche durante il giorno, nonostante di giorno lavorino altrove. Non si sa mai : meglio assicurarsi un posto, anche se occupa abusivamente uno spazio pubblico, ovvero uno spazio di tutti.

Ogni giorno inizia con una sensazione di nervosismo che spesso ha portato a sfiorare il conflitto verbale. La prima volta che osai togliere un mattone, una voce spaccanervi di donna urlò dalla finestra del secondo piano, ‘‘Aooo, che stai a fa’?’’ come se la stessi tirando per i capelli. ‘‘Niente’,’ le dissi, ‘‘mi dava fastidio il mattone e credo che dia fastidio anche a quelli che vogliono parcheggiare’’. ‘‘Am’veddi questo!? Mi’ marito parcheggial llì il tassì da 5 anni, e tu vieni qua a cercartelle de’ buon mattino.’’.

Cosa dirle? Come si fa a discutere con i bisogni della ‘classe operaia’, con la moglie di un onesto tassista, in un momento storico, come quello dell’Albania contemporanea, dove lavorare viene considerato quasi una vergogna? L’ho lasciata vincere senza ‘rompere inutilmente’.

Un’altra volta, spostando un mattone abusivo, un duro con le mani in tasca che usciva dal bar di fronte, mi chiama, ‘‘A fratè, che’? – Volevo parcheggiare’’ risposi. ‘‘Il parcheggio è der locale. Te ne poi annà un po’ più de llà, se voi!”. Nonostante la gentilezza nell’indicarmi dove andare a parcheggiare, replicai: “A fratè, io c’ho a casa ar secondo piano. Te poi mannà i clienti tua un po’ più de llà! – A bello’’ continuò, gonfiandosi e alzando la voce “tu, stai qua da ieri!’’ Sapeva che mi ero trasferito in quel quartiere da soli due anni. ‘‘Io so’ tiranese de’ sette generazioni e tu me dici de mannà a’ clientela mia un po’ più de llà???’’ Non vi dico come continuò, aggiungo solo che è partita una diatriba su chi fosse nato più vicino al centro e chi fosse ‘straniero’. Vinsi io. Praticamente sono riuscito a dimostrarli innegabilmente che sono nato sotto il diddietro del cavallo di Scanderbeg.

Ogni giorno ho i nervi distrutti non solo per i mattoni abusivi, ma anche per le costruzioni selvagge nella zona di Linzë (paesino limitrofo a Tirana) dove abito. La mancata pianificazione dell’architettura urbana della zona somiglia ad un’infezione dermatologica incurabile. Per un profano dell’arte, dell’architettura e dell’urbanistica, il nesso fascistoide tra ‘‘il mattone abusivo’’ e ‘‘l’infezione dermatologica’’ dell’architettura urbanistica della capitale è difficile da capire. Ma bisogna sapere che il territorio è da sempre marcato semanticamente, sin dall’evoluzione dell’homo sapiens, e non solo. Segnare il territorio fa parte del bios. Basti guardare i cani che orinano attorno al recinto oppure i castori che costruiscono le dighe nei fiumi : difficilmente si distinguono dai parcheggiatori notturni con i ‘‘loro mattoni abusivi’’.

Il desiderio irrefrenabile del nostro inconscio ci spinge naturalmente in questo ‘occupatore degli spazi’ (Gilles Deleuze). È inutile razionalizzare questa tendenza in maniera positivistica. Meglio accettare in maniera razionale la preponderanza che questa  esercita su di noi, in quanto più le neghiamo l’esistenza e più essa esplode dopo la censura[1].

Tempo fa, un ‘‘professore’’ di una università privata di Tirana prese il titolo di ‘docente’[2] con una lectio magistralis sull’architettura fascista italiana a Tirana, definendola ‘‘carina’’ sebbene ‘‘costruita dai fascisti’’. In questa maniera sminuiva, oppure ignorava totalmente come molti ‘‘architetti’’ albanesi, l’influenza semantica di questa architettura.

Personalmente ho sempre considerato un simile approccio come una mancanza di sapere, che potevo contraddire nei principi generali e concettuali, appoggiandomi (in modo traballante) sulla prossemica dello spazio. Il mio ragionamento traeva origine sempre dalle conoscenze teatrali, dalla performazione fisica attoriale dello spazio scenico, e – andando a ritroso – fino al confronto analogico della strutturazione architettonica spaziale  con la strutturazione spaziale teatrale. Spesso i miei salti analogici sono stati stroncati e tacciati con i soliti ‘‘sei di un altro campo’’, ‘‘parliamo di due cose diverse’’, ‘‘se l’architettura fosse così facile, si diventerebbe tutti architetti’’ e altre banalità del genere.

Nel mese di novembre dello scorso anno, l’Istituto Italiano di Cultura di Tirana, in collaborazione con la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze e con l’Università Politecnica di Tirana, ha presentato nei suoi locali un libro fondamentale per l’architettura e l’urbanistica albanese, dal titolo « ARCHITETTI E INGEGNERI ITALIANI IN ALBANIA’’[3].

Il libro – che raccoglie gli atti del ‘‘Convegno sull’architettura italiana in Albania 1920-40’’, che ebbe luogo a Tirana nel dicembre del 2011 – ha per me un’importanza basilare che, a quanto pare, nessuno ha colto. Mi riferisco al contributo di Maria Concetta Migliaccio, ‘‘Identità e architettura nell’esperienza albanese di Florestano Di Fausto’’.

Perché dico questo? Perché – a quanto ne so – è la prima volta che la pianificazione architettonica urbana albanese viene analizzata in stretta connessione con la semantica del potere economico e politico, secondo criteri accademici e scientifici. Credo che oggi sia più che lampante che il potere economico dei costruttori influisce in maniera innegabile sulle politiche e sui politici albanesi, sia in maniera indiretta (finanziando le campagne elettorali), che diretta (come politici-costruttori dichiarati, oppure prestanomi delle loro ditte di costruzioni). Non credo ci sia bisogno di rispondere alla domanda ‘dove hanno trovato tutti quei soldi per le costruzioni in questo periodo di transizione?’ per capire di quale potere si parli.

Ritornando al testo della Migliaccio, vediamo come ella segue i passi della diplomazia italiana, ufficiale e non, in quella occupazione lenta che si concrettizzerà poi  nello sbarco del 7 aprile 1939. Vediamo gli scambi cartacei di Mussolini in persona con architetti, ufficiali, diplomatici, italiani e albanesi, che dimostrano in maniera innegabile il progetto, l’idea e la visione del suo Impero[4].

Ma qual è il nesso tra il parcheggiatore abusivo, che piazza un mattone in uno spazio pubblico, con il fascismo, con Mussolini, con l’idea imperialista di quest’ultimo? La connessione sta proprio in quell’oscuro desiderio inconoscibile che si genera nell’inconscio della  nostra psiche, il quale spesso diventa ratio dell’autoritarismo, senza svelarsi a noi profani che la accettiamo oppure subiamo proprio da questo suo grado zero; senza nemmeno indignarci minimamente, perché coinvolti in problemi maggiori della vita di tutti i giorni, a  cui diamo più peso.

Per concludere, aggiungo solo che, se il parcheggiatore abusivo rappresenta il grado zero (o poco più) dell’autoritarismo fascistoide, e se questo parcheggiatore di mattoni è l’umanoide primitivo di un mondo autoritario, allora il potere politico che ha dispiegato i primi piani regolatori della capitale è il suo bisnipote rovesciato in bisnonno. Se un mattone collocato in un parcheggio pubblico segna il territorio che qualcuno prima di me ha performato (ritorno all’ambito teatrale), e con questo vuol farmi razionalizzare il mio spazio (è la sua ratio che mi parla: non parcheggiare qui! ‘mi’ marito parcheggia llì il tassì da 5 anni’, ‘Io so’ tiranese de’ sette generazioni’), allora osservate come si articola questo segnare lo spazio, questa ratio totalitaria nel discorso e nel ‘diktat’ del potere mussoliniano o zogista (Zog I, re degli albanesi; l’unico re della storia degli albanesi, tralatro autoproclamato):

‘‘La tavola di studio che fa da impianto planimetrico alla veduta, firmata da Di Fausto, ha come maglia la planimetria della vecchia città di Tirana, sulla quale si imposta la nuova sistemazione in cui gli edifici sono disposti come campiture lungo la via per Durazzo in un primo slargo definito dai fabbricati che, in senso orario, da sinistra verso destra, sono occupati dal comando della gendarmeria adiacente la torre veneziana, dal comando forze armate e dalla banca nazionale albanese, come a definire un piccolo nucleo dotato di funzioni di controllo determinanti il progresso del paese che si attua attraverso la disciplina e un’economia sostenuta dall’emissione di una propria moneta. La direttrice della via per Durazzo, che taglia questo slargo in maniera sghemba, culmina in un’aiuola circolare posta in asse al viale di spina, quasi a definire la costruzione geometrica del fulcro visivo da cui parte la direttrice. Il punto di osservazione che genera la visione prospettica, incontra l’edificio del Ministrero degli Esteri e Presidenza, come a fare da fondale opposto alla conclusione del viale che termina nel Palazzo reale. Quasi a voler significare il principio e il punto di approdo di un promettente piano politico che parte dalla capitale, nel  centro del comando, e si irradia fuori dai confini nazionali, praticabile per effetto di un saldo sistema finanziario sostenuto da caute relazioni internazionali, e viceversa, con effetti semantici di rimando.’’ [Ivi, pg. 44]


[1]   Vedi in aksrevista.wordpress.com ‘‘Pratiche schizogene e prossemica dello spazio: “ilBlocco” di Tirana.”. https://aksrevista.wordpress.com/2013/07/02/pratiche-schizogene-e-prossemica-dello-spazio-il-blocco-di-tirana-romeo-kodra/

[2]    Si può dire che diede a se stesso il titolo ‘‘docente’’, visto che era uno dei ‘‘proprietari’’ dell’università che rilasciava il titolo. Stranezze albanesi.

[3]   Architetti e ingegneri italiani in Albania, a cura di Milva Giacomelli e Armand Vokshi, Edifir, Firenze 2012.

[4]   “L’affermazione dell’influenza artistica italiana è un imperativo superiore che non può essere intralciato da contributi stranieri. Grandi ribadisce con fermezza che il governo fascista, promotore di opere in cui si dispiega il notevole apporto italiano in un momento politico assai significativo per i rapporti tra i due paesi, non può aspettarsi che a esso venga riservato un simile trattamento «per la mentalità delle sfere amministrative albanesi in contrasto con le vedute più larghe e compresive che ispirano il capo del governo [il Duce]». Ivi, pg. 45.