ART IN PORT – “Coexistence: for a new Adriatic koinè” … oppure alla ricerca del concetto curatoriale. (Romeo Kodra)

Spesso ho scritto sulla mancanza di una critica strutturata, articolata e dibattuta teoricamente e tecnicamente sull’arte contemporanea albanese (intendo quella entro i confini nazionali). La mancanza di questa critica strutturata, di conseguenza, ha generato il vuoto dei punti si riferimento per gli artisti, il vuoto dei punti di riferimento per i critici; inoltre ha creato – da una parte – la situazione micidiale per i valori artistici delle opere autoctone, ma – dall’altra – anche la mancanza della creazione di generazioni di artisti come individualità, le quali scompaiono immancabilmente nel nulla da un quarto di secolo.

In questo vuoto, l’arte contemporanea albanese, cerca di trovare i punti di riferimento nelle istituzioni – pubbliche o private, nazionali o internazionali – che finanziano le loro opere. Questo rapporto diretto, immediato, con la clientela – medievale, direi – ha trasformato l’artista albanese in un essere riflessivo, contabile e “rendicontabile” nei confronti del miglior offerente. “L’offerente” l’intendo come se fosse sempre dato, ma come tutti sanno, e l’evidenza quotidiane dei fatti lo dimostra, l’offerente – quando esiste realmente – è come quei proprietari delle auto extra lusso che abbassano i finestrini oscuri delle macchine tanto quanto basta per far scivolare una monetina agli accattoni nei semafori della capitale, e così facendo ripuliscono la coscienza senza contaminare l’aria condizionata all’interno delle loro automobili.

Quando la monetina scivola giù dai vetri oscuri si deduce che il giudizio critico del proprietario dell’auto extra lusso costituisce valore assoluto nel deserto albanese dell’arte contemporanea.

Quindi, l’unico punto di riferimento per il giudizio critico sull’arte contemporanea che si suppone in Albania è la monetina scivolante dall’aldilà dei vetri oscuri.

Quanto dico, si può dimostrato con l’ultimo evento dell’IPA ARTVISION – ART IN PORT: “Coexistence: for a new Adriatic koinè”.

IPA ARTVISION finanziato dal programma europeo IPA Adriatic CBS 2007/2013 ha reso possibile l’esposizione inaugurata il 1 agosto 2014 alla “Piramide” di Tirana. Organizzato dalla Regione Puglia con l’aiuto tecnico di Apulia Film Commission “ART IN PORT: Coexistence for a new Adriatic koinè” vede la collaborazione del Museo Pino Pascali, dell‘Università delle Arti di Tirana, Regione Veneto, Ministero della Cultura albanese, quello montenegrino, Contea Litoranea-Montana della Croazia e quella di Fiume.

In questa attività, che toccherà 5 destinazioni adriatiche, 10 sono gli artisti che rappresentano l’Italia, 5 l’Albania, 5 il Montenegro e 5 la Croazia.

Come ho già detto, in Albania, l’elemosina che scivola dai vetri oscuri delle macchine extra lusso si converte anche in giudizio critico sul valore delle opere e degli artisti. Ma questo giudizio non è per niente e mai articolato. Io, per esempio, non sono riuscito a trovare, e capire, come sono stati scelti gli artisti albanesi per questa attività e perché esattamente con queste opere. La cosa a dir poco mi pare strana in quanto – anche se a differenza di altri paesi rappresentati con uno o al massimo due coordinatori e/o referenti – l’Albania era rappresentata dal coordinatore esecutivo Roberto Lacarbonara, il referente per il Ministero della Cultura Ardian Isufi (quando e come è stato scelto dal Ministero?), i referenti per l’Università Pjetёr Guralumi dhe Vladimir Myrtezai Grosha (che per errore [forse] sono stati citati con il grado di professori nel sito on line del Museo Pino Pascali); quindi 4 persone, ma senza che nessuna di loro avesse trovato il tempo e il modo per spiegare la selezione degli artisti e delle opere.

Non so, forse, hanno datto il loro supporto per questa attività gratuitamente e pensano di non essere obbligati a nessuna spiegazione articolata (erano lì “a gratis”?).

Non so, forse, nei giorni che seguono daranno qualche spiegazione oppure potranno articolare qualche pensiero logico sulla selezione; comunque siamo in attesa.

In primo luogo, sono in attesa personalmete in quanto non vedo l’ora di discutere con loro le conoscenze e l’articolazione delle loro conoscenze sull’arte contemporanea albanese. In secondo luogo, siamo in attesa come pubblico in quanto molto interessati a capire il titolo sintagmatico dell’esposizione “Adriatic koinè”, che (etimologicamente dal greco) ha a che fare con una lingua, una lingua unificata e unificante dell’Adriatico. Non vorrei che questa lingua unificata e unificante dell’Adriatico fosse quella dei finestrini oscuri dai quali scivola ogni tanto – quando siamo fortunati – qualche monetina. Non vorrei che il “rafforzamento della rete dalle due parti dell’Adriatico” – come scriveva Rosalba Branà, derettrice del Museo Pino Pascali, nel catalogo dell’esposizione – sottintendesse l’oscurità dei finestrini che mi rammentano i finestrini oscuri delle macchine extra lusso dietro i quali prende le decisioni la mafia, parola questa che in albanese significa “mantieni la parola / mbaj fjalёn” (etimologia questa che ho rubbato ad un mio amico che sa tutto), e che in italiano è sinonimo di omertà.

Inoltre avrei voluto capire alcuni concetti usati dalla direttrice Branà, sempre lì, nello scritto per la presentazione del catalogo. Per esempio, quando usa la parola “identity” riferita al contesto balcanico, non le sembra di “parlare di corda nella casa dell’impiccato”? Poi addirittura parlare in un contesto balcanico di “identità unificata” a me pare molto complicato, e soprattutto richiede un’articolazione e attenzione molto più elaborate, nonché competenze filosofiche, storiografiche, antropologiche e sociologiche.

Naturalmente non mi riferisco alla sensibilità dell’Albania sulla propria identità, perché da queste parti molti dei nostri nonni hanno datto il benvenuto con lodi e fiori anche a Mussolini, che voleva andare aldilà dell’Adriatico, a questo “lago italiano”, voleva realizzare il vecchio sogno fantascientifico del “Mare Nostrum” mediterraneo.

Io, mi rifferivo piuttosto ai massacri di Srebrenica, dai quali non sono passati nemmeno i 20 anni, oppure quelli del Kosovo 15 anni fa. [A proposito di Srebrenica – la quale oggi fa parte della Republica Serba della Bosnia – vorrei ricordare agli organizzatori: se date un’occhiata alla mappa dell’Adriatico, a questo “lago italiano”, scoprirete che esso bagna anche Bosnia & Erzegovina. Più su, a nord, anche la Slovenia. Non sarebbe stato giusto coinvolgere anche artisti di questi paesi adriatici? Ve lo ricordo giusto per la correttezza artistico-geografica, non per pedagogismo elementare del quale non avrete certo bisogno.]

Infine, per chiudere senza dilungarmi oltre, avrei voluto capire come e perché sono stati usati alcuni concetti legati al sintagma concettuale base “territorialisation of desires” che la direttrice del Museo Pino Pascali ricorda sia una “definizione sociologica” quando invece è un concetto filosofico deleuziano con il quale, per caso da alcuni anni, mi occupo e che, per caso, in questo mio studio, ha come riferimento il contesto albanese e la percezione/significazione dello spazio. A quanto ne so è un po’ contraddittorio usare la territorializzazione dei desideri come “utopian space” nel quale “si muove l’arte contemporanea”. A quanto ne so non è per niente utopico questo spazio e l’arte è in pieno un processo creattivo che parte da un atto di resistenza concreto e reale, per niente “extra-territorial” o “liquidness”.

Sper(iam)o di recevere una risposta, altrimenti non mi resta augurare a me stesso e al pubblico di non vedere mai più un’ART IN PORT o ART IMPORT del genere, perché da queste parti ne abbiamo in abbondanza.

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