Nico Angiuli, lavoro-arte, lavoratore-artista. Tra il bene e il male assoluto. (Romeo Kodra)

Sabato 5 Aprile 2014, alle ore 19.00, presso il Tirana Backpacker Hostel (Via Bogdanёve, 3) verrà presentato il lavoro dell’artista italiano Nico Angiuli, nell’ambito della residenza d’artista del Tirana Art Lab. Purtroppo perderò la presentazione per via di impegni personali, ma vorrei comunque mettere in evidenza due, tre questioni per coloro che desiderano essere presenti all’incontro con l’artista.

Recentemente, tramite amici comuni, sono venuto a conoscenza del lavoro artistico di Nico. Ciò che mi sembra interessante nel suo lavoro è una sorta di anacronismo di superficie, o obsoleto, su una questione emblematica per l’uomo moderno: la condizione del lavoro e del lavoratore. L’anacronismo consiste nel superamento della questione, molto poco sexy, in uno sfondo contemporaneo totalmente generalista. Effettivamente oggi, in Albania o in Italia che sia,  si parla di disoccupazione, ma mai delle condizioni di lavoro. La società contemporanea, stretta e terrorizzata dalla crisi, non ha più pretese per le condizioni: ci basta il lavoro; basta avere il lavoro che tutto andrà bene; il lavoro prima di tutto.

Chi conosce l’Articolo 1 della Costituzione Italiana sa che lì si dice: L’Italia è una Repubblica democratica basata sul lavoro. La disoccupazione nel contesto italiano – più che visibile adesso – fa tremare dalle fondamenta il sistema democratico, la cui alternativa (storica) è il Fascismo. Durante il Fascismo la disoccupazione quasi non esisteva. Così come non esisteva durante il Nazismo. Noi, figli dell’Enverismo, ce lo ricordiamo bene, o no? Questa assenza di disoccupazione, però, non è che mi renda nostalgico per la dittatura enverista o nazi-fascista, nonostante molti attori politici reazionari, in versione enverista, in Albania, o nazi-fascista, in Occidente, provino a darcele come alternative uniche dell’essere attivi nel mondo del lavoro.

La sicurezza del posto di lavoro, ovviamente, non è collegata con la dittatura,  ma vi è molto vicina. Perciò la considero dubbia. Direi addirittura che l’obiettivo della sicurezza del posto di lavoro come condizione di una vita perfetta è completamente alienante dalla vita stessa. L’uomo lavora perché ne ha bisogno, non perché lo desidera. Non si deve dimenticare che Auschwitz accoglieva la folla di uomini-non-uomini con Arbeit macht frei, ovvero il lavoro rende liberi.

Nel lavoro di Nico Angiuli ci sono alcuni video  (serie che ha deciso di arricchire anche con il lavoro che svolgerà durante la residenza del Tirana Art Lab) in cui l’autore ha estrapolato dal contesto i lavoratori che mimano il loro mestiere in un contesto alienato. I rumori sono gli stessi, così come i gesti, ma manca l’oggetto: manca il lavoro. Grazie a questa mancanza, l’automa umanoide, il lavoratore (post)moderno, ripete – caricato e spaesato allo stesso tempo  –  il compito coreografico di cui è affidato (vedi Metropolis di Fritz Lang o Tempi moderni di Chaplin).

Il lavoro, ripeto, è alienante per l’uomo. [Chiedo scusa per la divagazione, ma qualcuno sa perché, secondo la disciplina giuslavoristica, si dice dipendente colui che dà il lavoro, mentre datore di lavoro colui che lo prende?] Il lavoro, grazie a questa ideologia assurda del datore di lavoro e del dipendente, si trasforma in oggetto di desideri (i desideri sono topologicamente nell’inconscio, non dimentichiamolo) dell’uomo/lavoratore contemporaneo. Questo oggetto, il lavoro oggettificato, dunque, ha divorato e assorbito interamente il soggetto, il lavoratore, unificandosi con esso. L’oggetto e il soggetto si fondono in un’unica entità. Ma cosa succede quando l’ideologia metafisica del datore di lavoro e del dipendente si sgretola, come succede a ogni ideologia? Emerge l’automa umanoide di Nico Angiuli, l’uomo guscio che ha perso il suo (supposto) nucleo: il lavoro.

Ma questo lavoro è davvero così indispensabile? Così vitale?

Personalmente (non so come la pensi Nico Angiuli), considero il lavoro come il male assoluto, ma inevitabile. Non solo perché sento l’eco di Auschwitz, ma pure perché esso diventa uno strumento per soddisfare i desideri libidinosi, che naturalmente rimangono come promesse da sfogare dopo il lavoro. Tutti conosciamo il gusto della birra dopo il lavoro, no? Soprattutto alla fine di un lavoro fisico. Per non parlare poi del desiderio delle bevande superalcoliche, delle droghe nei pub o nelle discoteche. In particolare dopo un lavoro stressante. Proprio qui vedo il male assoluto, in questo spingere in là – dopo il lavoro – la soddisfazione dei desideri libidinosi (che naturalmente, però, non vengono mai soddisfatti, secondo la psicanalisi).

Come si esce da questo vicolo cieco?  Ho pure detto che  il lavoro è indispensabile. Qual è la soluzione ? Trovo la risposta  nell’arte, nella creatività. L’arte non è uno strumento che delega più in là le pulsioni del desiderio libidinoso dell’artista. L’Arte, il lavoro dell’artista, contiene e mantiene in sé le pulsioni, i desideri libidinosi dell’artista-lavoratore e la loro realizzazione hic et nunc. La sfida più grande dell’epoca contemporanea sta proprio nella creatività dell’inevitabile mercato del lavoro. Il male assoluto del lavoro si combatte soltanto con creatività e arte nel lavoro, poiché solo l’arte e la creatività sono tanto assolute quanto il loro male antagonista.

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