SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO? (Valerio Furneri)

 Le proteste e le dimostrazioni di strada che in questi ultimi anni hanno scandito tra una cosa e l’altra la cronaca internazionale e che si legano tra l’altro agli slogan dei lavoratori che hanno perduto il posto di lavoro, alle manifestazioni di giovani indignati che pur in possesso di un titolo di studio o di una qualifica professionale non vedono futuro, perché sfruttati, sottopagati e comunque precari, alle violente proteste della primavera araba e più di recente di piazza Taksim, tutto ciò riporta alla memoria eventi accaduti in Europa due decenni fa, quando all’indomani della caduta del Muro di Berlino, con il crollo dell’Unione Sovietica e più in generale del Comunismo, milioni di persone che erano state elogiate ad ovest della cortina per la loro scelta di optare per la democrazia si trovarono a pagare il prezzo della festa, prima espropriati della partecipazione e del processo decisionale in eventi che li riguardavano in prima persona, e poi finanche del lavoro che molti di loro perdettero in seguito al passaggio dall’economia pianificata alla cosiddetta economia di mercato. Uno degli aspetti più controversi di tutta questa vicenda è sicuramente quello delle privatizzazioni. Dopo il crollo dei regimi comunisti le fabbriche e le industrie di stato dovevano essere privatizzate non solo per il fatto evidente che ciò fosse necessario e preliminare per l’agognato passaggio al capitalismo, ma anche con l’argomento che solo in questo modo si sarebbero potuti rendere veramente competitivi e produttivi degli inutili “carrozzoni” che fino allora avevano gravato sullo stato, cioè sulla collettività.

Ebbene proprio di questa spinosa tematica tratta l’ultimo racconto dello scrittore tedesco Volker Braun (1939) dal titolo Die hellen Haufen (le bande bianche) apparso nel 2011. Originario di Dresda nella Germania orientale, Braun ha sempre avuto a cuore nei suoi testi la tematica del lavoro. Già in tempi non sospetti, all’indomani della caduta del Muro aveva pubblicato una poesia dal titolo Das Eigentum (la proprietà) in cui tematizzava il problema della proprietà di stato e di cosa farne una volta affermatosi il capitalismo. Adesso, ad oltre vent’anni di distanza dai fatti narrati, l’autore riprende criticamente il tema delle privatizzazioni rispondendo anche implicitamente a chi liquidava la DDR come una nota a piè di pagina della storia. Nel suo racconto Braun non si limita a una cronaca dei fatti della recente storia tedesca postunitaria, ma intrecciando la narrazione con altre vicende storiche come la guerra dei contadini del 1524-1526 compie una serie di riflessioni da cui emerge una costante: lo sfruttamento delle masse da parte di una potente classe elitaria che bada soltanto al proprio particolare interesse, e l’impari lotta che ne deriva. Nel caso di specie, tema centrale della narrazione è la privatizzazione della miniera di Bischofferode in Turingia facente parte del complesso industriale Thomas Müntzer, che come tutti gli insediamenti produttivi della DDR era Volkseigen, ossia di proprietà del popolo. Braun combina con sapienza gli eventi storici, come la protesta dei lavoratori di Bischofferode (nella finzione letteraria Bitterrode) con la pura finzione: non solo i personaggi che emergono dalla massa indistinta e anonima dei lavoratori sono caratterizzati, anche nomi di località e personaggi reali vengono modificati (così ad esempio il ministro Klaus Schucht, responsabile della privatizzazione di Bischofferode diventa Schufft, da notare che la parola “Schuft” con una sola «f» significa farabutto). Anche le proteste dei lavoratori vengono narrate nella loro veridicità storica per quel che riguarda i motivi scatenanti e la posta in giuoco, ossia in primo luogo la perdita del posto di lavoro, ma poi Braun abbandona il campo fattuale e rivolgendosi al lettore lo invita esplicitamente a seguirlo nel campo minato delle possibilità: la rappresentazione di una marcia di protesta dei lavoratori che si recano a Berlino (fatto realmente accaduto) viene esasperata con l’inserto di scene violente da parte delle forze dell’ordine; lo sciopero della fame (fatto realmente accaduto) raggiunge il culmine con la morte (fittizia) di uno dei suoi promotori; il malcontento e le proteste finiranno per degenerare in una vera e propria guerra civile tra i lavoratori e le forze dell’ordine che infine reprimeranno nel sangue le proteste, analogamente a quanto accaduto pochi secoli prima con la guerra dei contadini.

La rappresentazione non ha tanto lo scopo di tracciare un quadro manicheo con i buoni da una parte – i lavoratori che inizialmente manifestano pacificamente – e i cattivi dall’altra, ossia lo stato, le lobby affaristiche e il loro braccio armato costituito dalle forze dell’ordine che detengono il monopolio della violenza, quanto piuttosto di mostrare il potenziale sovversivo che potrebbe scaturire dai moti di massa una volta che siano creati i presupposti da chi detiene il potere di decidere sui destini della moltitudine. In questo racconto dunque Braun ripropone l’antica dialettica tra ricchi potenti e poveri sfruttati e tramite il filtro letterario la restituisce al lettore arricchendola di numerosi spunti di riflessione: ad esempio sul fatto che la storia, pur ampia e ricca di sfaccettature viene scritta e normata dai vincitori, in questo caso i capitalisti, che sono pronti a celebrare ed esaltare le loro vittorie (la riunificazione delle due Germanie, l’aver riportato all’ovile, ossia all’economia di mercato, la parte est, l’essersi posti a capo di cambiamenti epocali), ma tacciono sul prezzo di queste vittorie, il cui costo si ripercuote, manco a dirlo, sui lavoratori che subiscono decisioni prese dall’alto contro la loro volontà, come tra l’altro la chiusura di stabilimenti e siti produttivi o la loro privatizzazione, che in ultima analisi vogliono dire, perdita del posto di lavoro e disoccupazione. Un altro aspetto interessante che Braun tratta è quello relativo alla proprietà. Nella finzione del racconto un sindacalista esorta i lavoratori a reclamare la loro parte, ossia una volta stabilita l’inevitabilità della privatizzazione della miniera, dice loro di chiedere, ciascuno per la propria quota un indennizzo. È a questo punto che tra i lavoratori nasce una certa confusione: nessuno di loro aveva mai pensato alla proprietà della miniera come a qualcosa di personale, infatti la miniera come tutte le altre attività era definita per legge Volkseigen, ossia di proprietà del popolo, non dunque di proprietà dei lavoratori, né dei dipendenti o dirigenti, e neppure dello stato. Essa è pertanto inalienabile e indisponibile a singoli cittadini privati, eppure il fatto che un ente preposto “espropri” il popolo delle sue fabbriche per venderle, spesso per quattro soldi, a singoli o gruppi imprenditoriali testimonia una volta di più l’arroganza e la rapacità del capitalismo che vede nella riunificazione non un evento storico e una sfida anche culturale, ma soprattutto un affare, alla conquista di nuove quote di mercato e di azzeramento di eventuale concorrenza. Il tutto con la patina ipocrita della democratizzazione e del benessere del popolo che viene ignorato se non addirittura calpestato nel momento stesso in cui lo si proclama. A questo proposito la vicenda descritta da Braun ricorda molto da vicino eventi recenti di casa nostra. Solo pochi anni fa l’allora governo Berlusconi decise di bloccare una trattativa in corso con Air France per l’acquisto dell’agonizzante compagnia di bandiera Alitalia. Il piano di risanamento che pure prevedeva esuberi era tutto sommato un male minore. Ma in nome dell’italianità della compagnia fu preferito interrompere la trattativa coi francesi e affidare la compagnia a una cordata italiana con un colpo da genio: scindere in due diverse società la compagnia, affidare la parte sana a un gruppo imprenditoriale e accollare la parte “malata”, ossia i debiti allo stato, ossia alla collettività. Tutto questo fu fatto ovviamente per il bene pubblico, ma in spregio di quanto poteva interessare proprio il bene pubblico. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Lo stesso discorso vale per Die hellen Haufen: al culmine della guerra civile inscenata dal narratore i toni vengono smussati, quasi che ci si risvegliasse da un incubo. Nessuno degli eventi violenti narrati ha avuto luogo nella realtà, eppure finzione e invenzione non minano in alcun modo il contenuto di verità di questa storia che, scritta nella sua versione ufficiale dai vincitori, ha anche dei risvolti taciuti dalla storiografia e che riguardano una moltitudine di persone la cui dignità non è mercificabile. Di fatto molti fra coloro che diedero avvio alla cosiddetta “rivoluzione pacifica” che poi portò alla caduta del Muro di Berlino si trovarono a vivere un’illusione, l’illusione di poter realmente dal basso cambiare democraticamente le cose. Invece nel volgere di brevissimo tempo i fratelli dell’ovest bussarono alla porta spiegando con classico piglio paternalistico e approccio pedagogico che cosa volesse dire democrazia, in primo luogo marco tedesco per tutti. Anche in questo caso i risultati sul breve, medio e lungo periodo, sono sotto gli occhi di tutti. Braun non intende celebrare il passato della DDR né trasfigurarlo poeticamente alla maniera del “si stava meglio quando si stava peggio”, ma ricorda come le cose avrebbero potuto anche seguire un altro corso, del resto chi aveva manifestato nel 1989 per ottenere la democrazia non aveva certo lottato per ingrassare i grandi gruppi imprenditoriali tedesco-occidentali, né per sentirsi catechizzato su cosa sia o non sia la democrazia. Nel suo racconto Braun smaschera quindi l’ipocrisia dell’occidente capitalista oltre a mostrare una umanità variegata e fatta di persone in carne e ossa con preoccupazioni e aspirazioni reali e legittime. Tutto ciò obbliga a riflettere, per esempio sulla storia e sul suo svolgimento reale e possibile. Per chiudere con le parole di Braun “è duro pensare che la storia appena narrata sia inventata, solo una cosa sarebbe stata altrettanto brutta: se questa storia fosse accaduta realmente”.

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