Claudio Magris in Albania. Romeo Kodra

Da due giorni si trova a Tirana per la presentazione di due suoi libri – “Infinito viaggiare” e “Microcosmi” – Claudio Magris. Il critico letterario l’ho seguito nella sua lectio magistralis all’Università Statale e nella conferenza della presentazione dei libri nella biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura a Tirana.

Non so perché, ma mi aspettavo qualcosa di straordinario già da qualche settimana, quando avevo saputo dell’arrivo dello scrittore. Come spesso accade le straordinarie aspettative sono dei fallimenti altrettanto straordinari.

Avevo un senso di gratitudine e rispetto verso il prof. Magris in quanto è stato il primo a introdurre in Italia – organizzando un convegno internazionale nel lontano 1977 – un autore austriaco a me molto caro, e sul quale ho lavorato per la tesi di laurea: Thomas Bernhard. Oltre che su Bernhard, il lavoro di Claudio Magris è stato per me di fondamentale orientamento nel leggere, capire e carpire la cultura mitteleuropea in generale con i vari Musil, Joseph Roth, Kafka, Krauss, il Danubio, l’impero asburgico, ecc.. Infine la considerazione per lo scrittore italiano raggiungeva un certo livello – quasi sublime – quando mi accorsi che il trattamento dello spazio della scrittura veniva fatto in un modo quasi teatrale.

Questo spazio teatrale di scrittura, Claudio Magris va a scavarlo “al di là” dei confini (geografici, sociologici, psicologici, politici, umani), in quanto uomo di confine lui stesso (triestino di nascita). Questo spazio che lui trova nei suoi “viaggi al di là”, quasi un nomade contemporaneo, nei miei occhi non era e non è mai diventato un luogo. Per il semplice motivo che l’autore non si è mai fermato, non si è mai interessato ad appropriare/colonizzare questo spazio scoperto; proprio come succede in teatro dove ogni luogo è un non luogo e di conseguenza luogo solo delle possibilità. Lo spazio di questo autore non si cristallizza in geografia in quanto spazialità magmatica, in quanto in perpetua evoluzione. Magris spazia all’infinito, in estensione continua, in libertà. Ed è questa libertà che dalle sue opere mi attrae. Fino al suo arrivo a Tirana.

Qui, in Albania, ho scoperto un altro Magris. Ho scoperto quello perbenista che va da Fabio Fazio per fare le comparsate e distribuire le solite pillole di cultura, quello che accetta il compromesso del mezzo televisivo, quello che non mette in discussione il suo essere Autorità nella materia che tratta e che trasmette ed esercita Autoritarismo quando si lascia volontariamente e allegramente us(ur)are dall’Altro[1]: quello dei massmedia o anche semplicemente quello degli Istituti Italiani di Cultura per il mondo propagandando l’Unione Europea, “la prima unione fatta senza gurra e nella quale bisogna credere”.

Codesta Unione – personalmente – non la vedrei tanto “politically correct”, non la vedrei solo come un’azienda che sa gestire e gestirsi in maniera perfetta, quasi eco-logica, e che propone al mondo il suo modello perfetto. Certo, dall’altro lato ci sono modelli made in USA: vedere sotto la voce Iraq o Afganistan, per delucidazioni; ex-KGB: vedere la voce Putin e Ucraina; o una nuova schiavitù in salsa cinese: basti vedere le loro condizioni di lavoro e gli scenari infernali che si “stanno scoprendo ultimamente”[2] in Italia, anche se – come sempre – si sapeva, ma si faceva finta di niente. Ed è quest’ultimo un tratto non italiano, ma prettamente europeo: finché c’è interesse si fa finta di niente; appenna si scopre qualcosa si lavano subito le mani per salvare la faccia.

Claudio Magris non se ne accorge(?) che – venendo in un paese lontano anni luce dalla sua Italia intellettualmente (basti pensare che in Albania non sono ancora tradotti i vari Bachtin, Barthes, Eco – quello semiologo – Derrida, ecc. per rimanere nell’ambito della critica del testo letterario) e politicamente (sulla democrazia albanese non credo di dover dilungarmi e fare paragoni con altre realtà europee) – non è di buon auspicio andare a presenziare – con una intervista esclusiva – nella trasmisione televisiva del marito del Ministro della Cultura, e per di più, in un’emittente privata. Non se ne accorge che l’Albania è quel piccolo “villaggio globale” (terminologia a lui “sospetta” perché crede che “il mondo sia molto diverso culturalmente”) che sintetizza in sé “benestanti come Claudio Magris e le favelas brasiliane”. Non se ne accorge perché – come dice e capisce bene lui stesso – privilegiato nei suoi giri nella Tirana “upper class” che economicamente e lontana anni luce dai bassifondi della riva del Fiume di Tirana che dista meno di un chilometro in via d’aria dal centro che lui ha frequentato in questi giorni.

In Albania di queste cose ci si accorge, ci si accorge in primis perché le visioni che ci prospettano gli alleati del turno russi, cinesi, americani o europei sono in fondo per noi – chiaramente – delle scelte non-scelte; e poi perché essendo da sempre SULLA “cortina di ferro”, anzi sul filo spinato che ci trafigge le carni, le sentiamo e vediamo in prima linea. E a quanto ne so, le nostre visioni di oggi – sui “benestanti come Claudio Magris e le favelas brasiliane” – saranno quelle dell’Europa di domani, grazie alla ideologia massmediatica dell’indiferenza che sta sotto la maschera del politically correct. Questo – a noi albanesi – ci fa avicinare molto a quel sentimento di finis Austriae rothiano che il prof. Magris conosce molto bene, quel sentimento (pure kafkiano) dell’essere presi in trappola dentro un’ingranaggio di potere invisibile che ha sovrastato tutti lasciandoci senza nessuna possibilità di scampo: fino alla fine.

L’ambiguità del dire, del discorso, della parola del prof. Magris si sente già quando parla di una “scrittura diurna (etico-politica, razionale)” e un’altra “notturna (narrativa, irrazionale, alternativa, teatrale)” e che combacia le due come se non ci fosse una irrimediabile schizofrenia (nei migliore dei casi) od opportunismo intelletualistico. Si vede che a lui non è servita l’avventura in politica per capire il grande gioco del potere alienante e alienato che contrasta con l’etica dell’essere artista; notturno appunto, oscuro e indefinibile, mancante a se stesso e – soprattutto – cosciente di ciò (“Si è mitteleuropei per sottrazione” diveva Musil a proposito). Ed anzi, trovo degradante per la sua opera e persona questo voler giustificare ad ogni costo l’ingiustificabile: Politica e Arte[3] non vanno, non sono mai andati e non andranno mai sotto le stesse lenzuola. E questo lo sottolineo sapendo che in Albania abbiamo un Primo Ministro ex-artista con tanti “artisti” che gli vanno dietro per mendicare favori e racimolare riconoscimenti. Quindi vedere un nome come Claudio Magris toccare questi bassifondi di onestà intellettuale faccendo compromessi di propaganda politica (pro-europea) e massmediatica non fa onore né a lui e tantomeno a chi assiste a questo degrado.


[1]    http://www.youtube.com/watch?v=FCMlx0pkiOM Pare che Pasolini 40 anni fa sia passato e spazzato dal tempo.

[3]   “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili” diceva ancora P.P.Pasolini e l’Arte sott’intende questo coraggio intellettuale.

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