Pratiche schizogene e prossemica dello spazio: “il Blocco” di Tirana. (Romeo Kodra)

   “Blloku” è un quartiere di Tirana. Letteralmente, il suo significato è, Il Blocco[1] – per antonomasia – ex quartiere dei dirigenti del Comitato Centrale del Partito del Lavoro. Progettato come “quartiere giardino” dall’architetto Gherardo Bosio[2], all’interno della “città parco” del famigerato architetto Armando Brasini (fautore del primo Piano Regolatore[3] di Tirana su richiesta del re albanese Zogu I), divenne prima il quartiere residenziale degli uomini fidati del re, poi del fascista Jacomoni e infine, dopo la Seconda Guerra (esattamente nel 1951), del dittatore Enver Hoxha. Oggi è il cuore della “movida” albanese. Da non confondere con la “movida madrileña”, ai movimenti della controcultura underground! Qui la linea trendy viene dittatorialmente dettata da “Big Brother Show”. Il luogo, come quasi tutta Tirana, è orwellianamente schizofrenico. Fuori da qualsiasi metafora e/o metonimia. Ma, andiamo per passi.

   Etimologicamente la parola albanese “Blloku” deriva dalle lingue slave nelle quali ha il significato di “nido, qualcosa di racchiuso” oltre che di “sciattone, melma”. In albanese è rimasto nel dialetto gheg[4] come “bërllok,  ovvero pezzi di paglia finissima, ciò che rimane dopo la mietitura, sedimento, lettiera”[5],e infine – come nella lingua ufficiale – “blocco”.

   Sul piano della progettazione, è interessante notare che gli urbanisti e gli architetti italiani degli anni ’30 del Novecento concepirono questo quartiere come giardino, chiuso e appartato dallo spazio pubblico razionale. In esso la mente/ratio dittatoriale concesse ai propri eletti uno spazio privato[6]. Diffatti il quartiere è situato adiacente all’asse brasiniano, al boulevard “Mussolini” (divenuto “Martiri della nazione” durante la dittatura enverista), dove si trovano, uno dopo l’altro, tutti i Ministeri. Quest’asse che divideva in due la città – quella vecchia e arcaica da quella nuova, moderna e razionale – segue la stessa logica delle ‘cerniere’ che si svilupparono in Africa Orientale e che separavano gli indigeni dagli europei.

   Le case private dei ministri del re, prima e della nomenclatura fascista, dopo, sono state convertite nelle case dei funzionari di partito del regime enverista. Letteralmente (vedi, per il significato di questa parola, più in là nella nota su Lacan) il regime di Enver Hoxha usò lo stesso spazio nello stesso modo[7]; così, la struttura si addattava perfettamente al modus vivendi.

   L’interpretazione apparentemente casuale di questo spazio si fece tramite lo stesso codice linguistico: il potere – cancellando[8] con un taglio netto il preesistente – concesse spazio “privato” ai propri figli modello. Sembra paradossale ma sotto questo punto di vista anche nel regime di Hoxha, dove il Socialismo Reale promuoveva ad libitum tutto ciò che era pubblico, lo spazio, del Blloku fu chiuso ai cittadini e aperto al ristretto cerchio dei funzionari del Comitato Centrale del Partito. La guardia repubblicana consentiva l’accesso esclusivamente ai gerarchi o al pubblico solo se autorizzato.

   Con la caduta del regime dittatoriale, nel ’91, lo spazio – divenuto aperto a tutti – venne via via preso d’assalto, trasformandosi nel vero centro della città. Migliaia di cittadini che prima passeggiavano lungo il boulevard iniziarono a preferire questo spazio per le serate tiepide di Tirana. Le ville si trasformarono quasi tutte in bar, clubs, pubs o discoteche. Paradossalmente, anche in questo caso, l’accesso ai “nuovi” spazi – ormai prettamente occidentali[9], liberali, tipici del consumismo liberista – viene filtrato e ordinato secondo codici dichiarati e/o non dichiarato come per esempio: il (dichiarato) prezzo d’entrata (accessibile a pochi fortunati in quanto varia secondo i locali dai 7 ai 20 euro quando il reddito medio mensile non supera i 200 euro); il (dichiarato) dover essere accompagnato obbligatoriamente da una donna (oggettivizzata, mercificata e – in quanto tale – mercificatrice a sua volta dell’uomo, per la gloria e l’apoteosi dell’alienazione totale di qualsiasi relazione tra individui); oppure l’obbligo (tacito, non dichiarato) di essere vestiti in una maniera trendy così da evitare il dover essere fermati dagli buttafuori sovrappeso e gli altolà con sguardi minaciosi alle entrate di questi spazi della movida.

  Il paradosso del “Blocco”, spazio apertamente pubblico che blocca tuttavia l’accesso a tutti (tranne ai pochi privilegiati), si coglie subito appena si confronta questa apparente casualità con quella che Deleuze e Guattari chiamavano “l’insieme delle sintesi passive”, ossia il desiderio [di un soggetto non ancora soggetto] come produttore “di realtà” e “in realtà”[10]. Si vedono qui le “sintesi passive” che macchinano lo spazio e gli oggetti parziali, i flussi e i corpi correlati a esso – sia questo lo spazio di un re sul suo territorio (Zog I), sia lo spazio colonizzato di un impero (il Duce e la sua idea dell’Impero romano), sia lo spazio di un dittatore (Enver Hoxha) oppure quello di un proprietario di qualsiasi club o pub – mentre (si) palesano il soggetto mancante di tali sintesi, il soggetto mancante di desiderio, ma da questo desiderio marcato e posseduto. Un soggetto che manca totalmente la sua fissità, il suo essere caratteristico, specifico in quanto non fa altro che riciclare tutto ciò che è sempre stato (oggettivamente parlando). Questo soggetto mancante legge come in una mappa i segni del linguaggio sullo spazio urbanistico (Blloku) di un altro soggetto[11] che prima ha represso[12] usurpandogli questo spazio e soggettivizzandosi[13] solo e unicamente in quest’atto ulteriore e vorticoso di repressione. Lo diceva pure Lacan in quel gioiello filosofico-letterario che è Lituraterre:

   Lo scorrere delle acque è ciuffo del tratto primario e di ciò che lo cancella. L’ho detto: è con la loro congiunzione che si fa il soggetto, ma in quanto si scandiscono due tempi. È necessario quindi che vi sia cancellatura.[14]

   In questo spazio così simbolizzante per Tirana e per l’Albania, storicamente divisa tra imperi e blocchi, d’Oriente e d’Occidente, in perpetuo contrasto tra loro, si materializzano schizofrenicamente – dai detriti dello scontro/incontro – soggetti manca(n)ti, personaggi e mai caratteri, costruzioni di maschere fragili che non reggono al peso del sé e nemmeno a quello dell’Altro (per lungo tempo). Si tratta di strutture psicotiche ansiose mai accettate nella loro evidenza, mai problematizzate per la loro mancanza di status riconosciuto dall’Altro[15]; strutture che – per quanto riguarda “Blloku” – sfogano le loro pulsioni in una sorta di bulimia spaziale-urbanistico-architettonica[16].

   Lo scenario diventa apocalittico quando si recupera ancora Lacan e si evidenzia la mancata consapevolizzazione del problema:

… niente comunica di sé meno di tale soggetto che in fin dei conti non nasconde nulla. Non deve far altro che manipularvi: voi siete un elemento tra gli altri del cerimoniale in cui il soggetto si compone proprio per il fatto di  potersi scomporre.[17]

   Si possono così spiegare e classificare le condizioni patologiche dell’ambiente Blloku con tutte le sue megalomanie, persecuzioni, misticismi, tutte plagiature dall’ester(n)o. In psicologia, si chiama “psicosi indotta”[18]: indotta dalla perpetua mancata presa di coscenza della realtà e del reale del soggetto mancante.

  

 


[1]   Le unità urbanistiche minime di Tirana, e dell’Albania in generale, sono “blocchi”, corrispondenti ai “quartieri” italiani.

[2]   “La città-giardino a sud del boulevard ‘Mussolini’ [oggi ‘Martiri della nazione’], il cui centro è collegato al nuovo quartiere INCIS, è frutto di quel processo di ‘riduzionismo monumentale’ che Bosio, second i critici, controlla abbastanza bene sia per quanto riguarda l’aspetto architettonico che per ciò che attiene a quello urbanistico.” Shkreli A., in Convegno di Urbanistica: Tirana ieri e oggi. Come sarà domani?, Istituto italiano di cultura di Tirana (Albania), Besa Editrice, Nardò (LE), 2000, p. 19.     

[3]   Il primo Piano Regolatore porta la firma di urbanisti austriaci. Esso ha riguardato la sistemazione delle strade già esistenti e poco più.

[4]   “Geg” del nord Albania, l’altro e “Tosk”, del sud.

[5]   Çabej E., Studime etimologjike në fushë të shqipes, Akademia e Shkencave të RP së Shqipërisë, Instituti i Gjuhësisë dhe i Letërsisë, Tiranë, 1976.

[6]   “Il re permise diffatti costruzioni di villette per i suoi dipendenti dando loro – sotto forma di prezzi aggevolati – spazi di 1.100-1.300 metri quadri.” Intervista personale a dr. Arben Shtylla, docente di “Teknologia Architettonica” alla POLIS University di Tirana.

[7]   Bisogna aggiungere che la divisione della città albanese in “blochi” (blloqe) e “sezioni” (lagje), invece che in quartieri alla italiana deriva dal metodo suddivisionale sovietico, in quanto l’Albania post-bellica venne inglobata nell’influenza del Blocco Sovietico, quello dell’Est. Sempre blocchi, dentro i blocchi, contro altri blocchi, ma che non ci sono più; almeno così sembra. Oppure (si) sono frantumati come la paglia del bërllok.

[8]   “Significativo – aggiunge ancora il dr. Shtylla – ricordare a tale proposito la famosa frase di Indro Montanelli su Tirana, ‘Ho visto città senza boulevard, ma mai un boulevard senza città’ che sottolinea l’impatto dell’asse brasiniano”. Ivi.

[9]   Sembra iscritto nel destino dell’Albania l’essere sempre in balia delle onde del potere con spinta a volte ponentina altre levantina.

[10]   Deleuze G., Guattari F.,  L’Anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia. trad. Fontana A., RCS Libri, 2007, p. 29.

[11]   Per esempio: Enver Hoxha che guarda il modus operandi et vivendi del Zogu I.

[12]   Zogu I si palesa come soggetto solo e unicamente dopo questa repressione/cancellazione

[13]   Ma, mai definitivamente e in modo chiaro a se stesso, in quanto è solo con un atto di cancellazione, limitazione, con un atto mortale che ciò si materializza realmente davanti all’attante.

[14]   Lacan J., Litturaterra, in La psicanalisi. Rivista del campo freudiano. n. 20, Luglio-Dicembre 1996, p. 15.

[15]   La mancata entrata in Europa non fa altro che accrescere questo sintomo significante del problema a livello nazionale … e forse non è un caso.

[16] Basta pensare che in 20 anni la città di Tirana è cresciuta da 250.000 abitanti in quasi 1.000.000 con conseguente boom di costruzioni illegali.

[17]   Ibidem., p. 19.

[18]   Psicologia. Le garzantine., a cura di Galimberti U., Garzanti, Milano, 1999, p. 867.

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